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Il Bardo
Quando nel 1962 la fervida immaginazione di Stan Lee creò il personaggio di HULK, cercò di catalizzare all’interno di un eroe fittizio tutto l’oscuro universo dell’inconscio umano: fatto di intime paure, di innata violenza, di una rabbia recondita e ancestrale che improvvisamente e inaspettatamente esplode radendo al suolo tutte le nostre certezze.
I riferimenti culturali che questo “mostro” della Casa delle Idee prende a prestito dalla narrativa occidentale sono numerosi, basti pensare a Frankestein, frutto anch’egli di un esperimento sul quale si è perso il controllo, o al gobbo Quasimodo di Notre Dame de Paris, con tutto il suo carico di solitudine, misantropia ed emarginazione. L’Hulk delle origini, inoltre, aveva la pelle grigia e si trasformava soltanto di notte, come un novello Dr. Jekyll e Mr. Hyde. Il legame fra la trasformazione in Hulk e la rabbia fu sviluppato solo in un secondo tempo, ideando lo spunto narrativo per il quale Bruce Banner diveniva un mostro “verde di rabbia” ogni qualvolta era sottoposto a stress emotivo e a conseguente attacco d’ira. Siamo dinanzi a un’estremizzazione della “schizofrenia supereroistica” in virtù della quale moltissimi eroi ci appaiono sempre timidi o impacciati nelle loro identità sociali, e molto più spregiudicati e audaci nei loro alter-ego: in Hulk l’aspetto più nascosto dell’imbelle scienziato Bruce Banner si sviluppa inizialmente con una personalità e una coscienza sua propria; entrambi condividono il medesimo corpo, ma non la stessa anima, e anzi provano repulsione e odio l’uno nei confronti dell’altro, come nei migliori casi di sdoppiamento della personalità alla “Dr. Jekill e Mr Hyde”, romanzo cardine nello sviluppo psicologico di questo personaggio.
Sottoposto a una casuale e massiccia esposizione ai raggi gamma, il Dottor Banner subisce un pesante danneggiamento del proprio sistema nervoso e delle proprie cellule: dal momento dell’incidente ogni accesso d’ira, ogni volta che prova panico, paura o eccitazione, ogni emozione eccessiva scatena il suo DNA modificato facendogli assumere le fattezze di un gigantesco mostro verde dalla forza incommensurabile, e da un insaziabile desiderio di sfogare le proprie pulsioni.
Contrariamente a quel che si potrebbe immaginare, la psicologia di Hulk è sempre stata una componente fondamentale di questo personaggio, più che per tanti altri. Autori storici nella sua continuity, quali Peter David, sceneggiatore incontrastato di The Incredibile Hulk dal n.331 del 1987 al n.467 del 1998, come pure geniali miniserie quali Hulk: Grigio di Jeph Loeb e Tim Sale, hanno saputo mirabilmente porre l’accento sui punti nevralgici di un character dalle potenzialità narrative smisurate: la malinconia di un essere condannato alla solitudine, a una fuga eterna, da se stesso (in primis), dal suo mondo e da un esercito agguerrito che lo bracca. Essere Bruce Banner e avere a disposizione tutto quello smisurato potere può sembrare molto eccitante, ma alcuni autori, e ora anche “The Incredibile Hulk”, il film di Louis Leterrier e Edward Norton, riescono a mostrarci in maniera inequivocabile a quali delicate quotidianità il Dottore debba ogni giorno rinunciare a causa di questo suo “dono” (e maledizione). Siamo di fronte a un uomo per il quale persino avere un momento d’intimità con la donna che ama è impossibile, se non vuole correre il rischio di ucciderla. Un uomo che costantemente e drammaticamente cerca pace e calore sapendo bene che non potrà mai ottenerli in maniera durevole. Condannato a vivere di espedienti, come un pezzente, in costante disistima di se stesso e della sua capacità di fare del male.
Hulk non è un supereroe, è anzi un mostro agli occhi dell’umanità. E più che desiderio di protezione, egli prova per loro lo stesso disprezzo e odio di un amante rifiutato.

Quando nel 1962 la fervida immaginazione di Stan Lee creò il personaggio di HULK, cercò di catalizzare all’interno di un eroe fittizio tutto l’oscuro universo dell’inconscio umano: fatto di intime paure, di innata violenza, di una rabbia recondita e ancestrale che improvvisamente e inaspettatamente esplode radendo al suolo tutte le nostre certezze.


Nata nel 1992 dall’aggregazione di sette autori di spicco del mondo del fumetto, intenzionati a creare un marchio comune all’interno del quale pubblicare materiale del quale ognuno di loro potesse però conservare i diritti d’autore (serie creator owned), la Image Comics ha nel corso degli anni intensificato sempre di più le proprie produzioni, tanto da contendersi con Dark Horse il ruolo di terzo maggiore editore degli States.
Tra gli scaffali delle librerie tornano a far capolino gli eroi bonelliani, con due iniziative imperdibili per gli appassionati. La prima è
“Ombre rosse”, volume cartonato, di piccolo formato, pubblicato da Mondadori nella collana SuperMiti. Seguendo l’impostazione delle precedenti uscite di questa stessa linea editoriale, nelle sue oltre quattrocento pagine troviamo riproposte due storie complete (“Kiowas”, di Claudio Nizzi e Giovanni Ticci, e “Mescalero Station”, dello stesso Nizzi e Josè Ortiz), nonché numerosi estratti da celebri avventure “texiane” in cui il Ranger ha avuto a che fare con gli indiani. Attraverso le pagine scritte da Gianluigi Bonelli, Claudio Nizzi, Guido Nolitta e Gino D’Antonio e le tavole di Aurelio Galleppini, Giovanni Ticci, Erio Nicolò e Lucio Filippucci (queste ultime estrapolate dal recentissimo ventiduesimo “Texone”), riviviamo gli incontri di Aquila della Notte con i Navajos, gli Hualpai, gli Utes, i Kiowas, i Cheyennes, oltre che con le tribù Sioux, Apaches, Fox, Klamath, Seminole. Nel ricco menù del volume riescono a rispondere all’appello persino gli indios Cuma, abitanti della regione dell’istmo di Panama, nella loro insolita e unica apparizione nel mondo di Tex. Ogni capitolo viene introdotto da Sergio Bonelli che ci porta dietro alle quinte delle varie storie, inquandrandole anche dal punto di vista etnografico.
Non è facile, ma è quello che si fa in ogni romanzo d’avventura a sfondo storico. Richelieu e Mazarino erano personaggi storici e i tre moschettieri più uno, no. I personaggi di fantasia consentono di dare in sintesi e per eventi esemplari il sapore di un’epoca e il senso di certi avvenimenti che in un libro di storia devono invece essere raccontati in ordine, senza trascurare passaggi, dettagli, cause, interessi e soggetti in gioco. Inoltre, naturalmente protesi verso l’oggettività dei fatti, i libri di Storia spesso ci fanno apparire il passato come lontano e distante da noi, in un romanzo, invece, attraverso personaggi che il lettore può trovare straordinariamente simili ai suoi contemporanei, si può creare una sorta di corto circuito tra presente e passato, senza perciò usare la Storia solo come Costume, o risolverla in metafora, cosa che può portare a ricostruzioni di maniera e false come un’antica moneta riprodotta in plastica. Una moneta del genere la si può rimettere in circolazione come gioco o gadget e si può anche ricavarne profitto, però falsa era e falsa rimane.










Star Comics pubblicherà i primi di luglio il suo primo fumetto coerano firmato da Ko Ya Sung ed intitolato Knights of the Apocalypse.
Luca Boschi ha pubblicato sul proprio
Ultraviolet, dal cinema alla TV. Il film del 2006 con Milla Jovovich diventa un anime dal titolo Ultraviolet Code 044 prodotto da Madhouse, in onda dal primo luglio sul canale giapponese Animax. La storia è ambientata in un futuro dispotico in cui un gruppo di ribelli afflitti da un virus che li rende simili a vampiri combatte contro uno stato totalitario. Il film era chiaramente ispirato all’estetica manga, quindi il passaggio dell’eroina Ultraviolet al mondo degli anime appare naturale. In attesa della messa in onda, date un’occhiata al trailer di Ultraviolet Code 044.
Che il futuro di Robert Downey jr sia diventato roseo dopo il grande successo di Iron Man è ormai evidente. Non solo tornerà a indossare l’armatura in Iron Man 2 (anche se il regista dice che dovremo aspettare il 2011), ma Hugh Hefner, il fortunato proprietario di Playboy, vorrebbe che fosse lui a interpretarlo nel film sulla sua vita.
Nel frattempo, un nome illustre metterà mano a un altro progetto annunciato l’anno scorso: Lawrence Kasdan (Il grande freddo, per citare solo un titolo) si occuperà della sceneggiatura di Robotech, saga nata da un copia incolla di più manga per realizzare un unico titolo e che verrà prodotta dalla Warner insieme a Tobey Maguire (sì, proprio Peter Parker) che ne ha comperato i diritti.